Un articolo di Alberto Zoratti, responsabile Fair- Economie solidali
Forse nel 2012 il mondo non finirà. Ma il Protocollo di Kyoto sì. Ed è questo che dovrebbe preoccuparci seriamente, altro che profezie Maya. Perché di un’altra profezia stiamo parlando, che ha oltretutto buone chance perché si avveri, che prefigura un mondo dove nella ciclopica lotta al cambiamento climatico ognuno va per sé, senza obblighi di sorta e con l’affidamento al buon cuore di ogni governante illuminato.
L’ENNESIMA CONFERENZA
Sulla presunta illuminazione in verità, vista la tragedia economico-finanziaria di questi anni, ci sarebbe da dubitarne ma il rischio che dalla 17° Conferenza delle Parti dell’Onu sul cambiamento climatico in corso in Sudafrica (dal 28 novembre al 9 dicembre) si esca con un ulteriore risultato miserrimo c’è tutto. Cancun, nel 2010, è stato il momento in cui la diplomazia internazionale ha provato a rimettere in carreggiata un negoziato a rischio di deragliamento, soprattutto dopo la grande delusione di Copenhagen (che simbolicamente era stato ribattezzato, prima della COP15, ‘Hopenhagen’, il porto della speranza) e dopo il tentativo da parte dei Paesi dell’Alba di rilanciare da Cochabamba un’agenda alternativa sul clima, come risposta al Copenhagen Accord che, basato su un accordo sostanzialmente imposto ai più, rimetteva in campo l’ipotesi di un accordo volontario e non vincolante sulla riduzione delle emissioni.
La grande festa di fine Conferenza, a cui non partecipò solamente l’ambasciatore boliviano Pablo Solon, in realtà aprì la strada ad un percorso nuovamente multilaterale, ma per lo più svuotato di senso, dove la parola ‘finanziamento’ per mitigazione ed adattamento parla di risorse da mobilizzare e non da stanziare e di cifre (100 miliardi di dollari entro il 2020) ben al di sotto delle aspettative. Tutto questo mentre la concentrazione di CO2 in atmosfera sta inesorabilmente aumentando così come le emissioni globali, oltretutto ad un tasso peggiore rispetto a quello riportato dalle previsioni dell’IPCC, il Panel intergovernativo di scienziati che si occupano del problema.
PRESENTE E FUTURO PROSSIMO
Ogni tentativo di prevedere ciò che succederà prefigura un pianeta in cambiamento. Quello che i nostri figli conosceranno nel 2050 sarà un pianeta nettamente più caldo di quello attuale. Le stime dell’IPCC, nello scenario intermedio (non il peggiore) parlano di un aumento della temperatura media di 2,4°-4,5°C, quelle più ottimistiche e diffuse, in questi giorni di vigilia del vertice, più per diffondere scetticismo che per altro parlano di un aumento tra 1,7°C e 2,6°C. In ogni caso, anche nella versione più soft un aumento medio della temperatura di quasi 2°C significa un incremento degli eventi estremi, dalle siccità in alcune zone fino ad alluvioni improvvise in altre. Le recenti tragedie di Genova e del Levante ligure, a cui s’è sommata l’alluvione in Sicilia, cominciano a mostrarci cosa significa un clima che cambia in un territorio violentato dal cemento.
Sono le prime avvisaglie di quello che potrà succedere nei prossimi anni. E che chiama al senso di responsabilità di tutti. Decisori politici e semplici cittadini. Per togliere consenso ad un modello di sviluppo che non ha e soprattutto non dà un futuro a nessuno.
Fonte: Arcireport n°42 – 2011
